IL SIGNIFICATO PSICOLOGICO DELLA PASQUA

“Per nascere veramente, dunque, occorre rinascere”
(Aldo Carotenuto)

 

Se consideriamo la Primavera nel suo significato simbolico e non come un gradevole cambio di stagione, possiamo viverla come una misteriosa, splendida e poetica manifestazione dell’energia vitale che, con i suoi doni benefici, invita al risveglio sia il nostro corpo che la nostra anima.
Non a caso la Pasqua, che l’uomo ha da sempre celebrato attraverso rituali di trasformazione della morte in vita, si colloca proprio nel periodo primaverile, tenendo conto del calendario lunare, e viene festeggiata la domenica che segue il primo plenilunio dopo l’equinozio di Primavera, il momento dell’anno solare che scandisce l’inizio di un rinnovamento propizio alla “resurrezione” come manifestazione della possibilità di rinascita sia della vita naturale che di quella interiore.

La Pasqua dunque, prima ancora dei significati religiosi che gli sono stati attribuiti, testimonia uno dei momenti più importanti di connessione simbolica tra materia e spirito, la sola connessione che ci permette di rientrare in sintonia con la ciclicità naturale del binomio vita-morte, di comprendere il senso e il significato della vita stessa e di aumentare la nostra sensazione di armonia e di benessere.

Le energie primaverili che fanno rinascere il tepore della vita dopo la fredda morte invernale, vengono elaborate simbolicamente nella Rinascita pasquale come la più alta connessione tra natura e spirito, quella che rende possibile il miracolo di una “nuova vita”. Il tradizionale dono delle uova pasquali serve a ricordarci che in Primavera la natura dà inizio ai suoi rituali amorosi e, magnificando la sessualità, elargisce i suoi doni di concepimento e di fecondità. I conigli e le lepri, anticamente legati alla dea della fertilità, ancora oggi ci trasmettono la bellezza e la dolcezza del rigenerarsi della vita, e sono le immagini simboliche più legate ai festeggiamenti pasquali.

Le culture arcaiche, in cui la vita era in stretta connessione con i cicli naturali, prevedevano il sacrificio animale come rito propiziatorio per celebrare l’abbondanza e la devozione al dio che la concedeva: per questo motivo l’uccisione dell’agnello è tradizionalmente legata alla celebrazione della Pasqua, sia ebraica che cristiana, per rievocare il sacrificio del Cristo, detto l’agnello di Dio, simboleggiato col rito dell’Eucarestia nell’ostia sacra (dal latino hostia, ossia vittima). L’agnello, in quanto simbolo dell’infinitezza e della purezza del potenziale umano , che tutto può e dal quale tutto può derivare, è simbolo di una vita che esiste solo affinché, dalla sua morte, possa rinascere l’unica vita possibile su questo pianeta, una vita terrestre, terrena e quindi, finita e “deperibile”. L’unico modo per ri-contattare il proprio divino interiore, è nascere mortali e imparare a diventare divini lottando quotidianamente con la propria finitezza. La morte dell’agnello è la madre dell’uomo divino.

Proprio per questo motivo l’agnello è da sempre simbolo della Costellazione Ariete, che da il nome al mese cha da inizio al calendario solare dello Zodiaco. Con l’agnello/ariete, il maschio giovane e ardito del gregge, si è dinanzi a un simbolo zoomorfo nodale nella cultura antica. Giovinezza, sanità, allegria, aggressività, forza, baldanza si concentrano in questo animale sempre giovane. Irresistibile forza sessuale fecondatrice, potenza assoluta e perfetta, l’ariete è concepito come vergine: questo lo distingue dal montone, maschio adulto, padre del gregge. Il legame tra forza guerriera ed energia sessuale appare evidentissimo ed è sostenuto dal fatto che il macchinario da guerra a cui è demandato il compito di violare le porte chiuse e le fortezze imprendibili porti lo stesso nome del sacro animale, presente nell’iconografia dei più svariati culti religiosi, dal 2000 a.C. fino all’“agnello figlio di Dio” cristiano. È la forza simbolica dell’Ariete che spinge infatti nella natura della Terra e in quella degli uomini affinché le porte chiuse, la zolla del terreno o la vagina materna, si aprano per permettere che una nuova vita manifesti la sua presenza nel Mondo fisico. Ed ecco che un altro rimando simbolico trova una sua ragion d’essere nel tratto grafico del glifo: esso infatti rimanda facilmente alla forma di un germoglio nel momento in cui emerge dal terreno in primavera.

Nelle culture arcaiche era previsto anche il lavacro rituale, come rito di rinnovamento e purificazione che precedeva le celebrazioni, pratica adottata dal cristianesimo con il Battesimo, che in origine consisteva in una completa immersione nelle acque lustrali. Una simbologia simile ricorre nel rito della lavanda dei piedi, alla quale il mito cristico attribuisce un significato particolare: nel mito, Gesù, prima di morire, lava i piedi dei propri apostoli, trasformando questo gesto in un atto di autentico servizio e umiltà nei confronti del prossimo.

La colomba, altro cibo tradizionale legato ai festeggiamenti della Pasqua, rappresenta simbolicamente la pace ricreata tra Dio e l’Uomo dopo il Diluvio Universale, un’alleanza che si incarnerà nel simbolo di Cristo, per opera dello Spirito Santo (quasi sempre raffigurato, nell’arte cristiana, dalla colomba) e che, con la sua Resurrezione, vince la morte salvando l’uomo dalle tenebre eterne.

Pasqua deriva dalla parola ebraica “pesach” che significa passare oltre, “passaggio”, dallo stato di schiavitù a quello di libertà, in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto, ma che, nel suo significato spirituale, si lega al senso dell’evoluzione, il cui obiettivo è risorgere, ossia spostarsi a un altro livello di consapevolezza e di esistenza.

La figura dell’Eroe che scende agli inferi, muore e rinasce è una metafora della vita poiché è proprio la vita umana nella sua totalità a rappresentare una ricerca, un percorso che conduce inevitabilmente verso la conquista dell’individualità e cioè della manifestazione della divina essenza che brilla in ogni essere umano.

“Per cadenzare armonico il mio passo
sopra la sabbia, vale ch’io risorga”
(Alda Merini)


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