IL FILM DELLA SETTIMANA:
SUSPIRIA

SUPERA LA DUALITÀ
e RICOMPONI L'UNITÀ TRA CONSCIO E INCONSCIO

IL FILM DELLA SETTIMANA: SUSPIRIA
di LUCA GUADAGNINO, USA/ITALIA 2018
Con: Dakota Johnson, Tilda Swinton.
Durata: 152 minuti.
Uscita cinema: 1° gennaio 2019.

Per guardare l’ultima opera di Guadagnino senza pregiudizi dobbiamo prima di tutto sfatare un mito: il suo “Suspiria” non è il remake dell’omonimo film di Dario Argento del 1977. Come dichiarato fin dai titoli di testa, la sceneggiatura del nuovo film si ispira a quella originale, non ne è un rifacimento. D’altro canto i lungometraggi si inseriscono in due generi che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Il Suspiria di Dario Argento è ormai diventato un cult del cinema horror, un’opera di altissimo livello estetico, un’esperienza visiva eccezionale amplificata ancora di più dal recente restauro, visibile in questi giorni a tutti gli abbonati Amazon Prime. Il Suspiria di Guadagnino non è un horror ma è un vero e proprio trattato di psicanalisi per immagini. Questo suo “non-genere” di appartenenza non ne facilita la visione; chi cercasse una narrazione lineare e comprensibile rimarrebbe quasi sicuramente deluso. Come ogni opera d’arte, il film andrebbe vissuto prima di tutto emozionalmente e soggettivamente. Questo permette a chiunque di esprimere un “mi piace/non mi piace” che, a pieno diritto, esprime esclusivamente il proprio gusto personale.

Chi fosse interessato a una comprensione che tocchi anche il piano intellettuale, dovrebbe approcciare il film conscio che tentare di “capirlo” attraverso una lettura logico-razionale della “trama” potrebbe portarlo decisamente fuori strada, a causa dei molti piani spazio/temporali che si intrecciano “apparentemente” senza motivo. Il Filo d’Arianna per non perdersi nell’illusorio labirinto della sceneggiatura è avere gli strumenti per riconoscere i tantissimi simboli di cui Guadagnino costella il suo film per far comprendere allo spettatore appassionato di psicologia cosa stia “realmente” guardando: una magniloquente, disturbante, visionaria e ipnotica opera che mette in scena il funzionamento della psiche umana.

All’occhio di uno spettatore attento a cogliere questo tipo di simboli, tutto è dichiarato fin dal prologo del film, nel quale una ragazza in preda “forse” a un delirio psicotico si reca da uno psicoterapeuta per una seduta. Guadagnino inquadra una scritta che ora non troviamo più negli studi degli psicologi: “Silenzio, seduta in corso”. Dopo pochi istanti la macchina da presa riprende i tanti volumi di psicologia presenti nello Studio del medico, insistendo per alcuni secondi sulla copertina di un libro di Carl Jung “La psicologia del transfert”. E’ chiaro, a questo punto, che tutto ciò che vedremo nelle quasi due ore e mezza di narrazione successive, andrebbe visto “silenziando” il lobo sinistro del cervello, quello che dai condizionamenti socio-culturali imperanti siamo spinti a usare di più per consideraci “sani”. Al suo posto dovremmo attivare le competenze del lobo destro, quello creativo-analogico e, appunto, simbolico. Così come è un “non-sense” tentare di interpretare i sogni con l’approccio della mente ordinaria, così non porterebbe a nulla farlo nei confronti di un film che illustra il funzionamento della psiche e l’eterna tensione tra i suoi “due regni”, quello dell’inconscio e quello della coscienza.

Una volta ricontattate nel nostre componenti più creative e immaginifiche e consci del linguaggio simbolico della psiche e dell’Universo che c’è dentro e fuori di noi, all’ora la visione del film di Guadagnino diventa una profonda esperienza di arte-terapia, un’immersione coinvolgente e trasformativa nelle proprie profondità, nelle viscere del proprio inconscio, con tutto ciò che di numinoso e terrificante risiede in esso. Come nel corso del ‘900 ci ha aiutato a comprendere soprattutto la psicologia di Jung, l’inconscio non è la sede del male ma è un a-priori nel quale risiede il potenziale indifferenziato da cui ogni essere umano “emerge”. L’inconscio è la “Madre”, o meglio, la “Grande Madre” perché è colui che partorisce il “Salvatore”, il “Figlio” e cioè il nostro piccolo IO. Quando il nostro IO, una volta emancipatosi da chi gli ha dato la vita, si ricorda di onorare la sua origine e impara a dialogare col proprio inconscio, l’esistenza che viviamo si riempie di Luce e armonia. La stessa cosa succede quando un figlio sviluppa la capacità di instaurare un rapporto d’amore sano con la madre fisica che gli ha dato la vita. Per ottenere un risultato come questo è necessario lavorare su se stessi per una vita intera: non a caso, il processo di ri-congiungimento degli opposti psichici, è rappresentato nella Ruota della Vita Zodiacale dall’energia Pesci, posta proprio nel gradino più alto.

La sceneggiatura del film di Guadagnino rappresenta la situazione nella quale permane la maggioranza assoluta degli esseri umani nel corso di un’esistenza: la cristallizzazione delle proprie divisioni interiori, l’incapacità di ricomporre ciò che è stato diviso, il caos e l’istintualità dell’inconscio con l’ordine e la socialità della coscienza, allo stesso modo della creatività del lobo destro del cervello con la razionalità di quello sinistro.
Come potrebbe un inconscio/Madre non tentare di richiamare a sè un Figlio /Io che quotidianamente la rinnega? Come potrebbe, nel tentativo disperato di farlo “risvegliare” a una vita più piena e consapevole, non arrivare all’estremo di “spaventarlo a morte”?

Come Jung ci ha insegnato “tutto ciò che di me non riconosco come mio, arriverà a me dall’esterno vestendo gli abiti del Male”. L’opera di Guadagnino vuole aiutarci a capire che, se troppo spesso viviamo una vita intera continuando a farci inconsciamente del Male, questo non è un destino segnato. Al contrario, noi siamo destinati a diventare noi stessi, esseri unici e speciali. Raggiungere un traguardo così importante ha un costo e richiede sacrificio: richiede di abbattere i muri di Berlino che costruiamo dentro di noi, di non farsi portavoce dei principi più deleteri del patriarcato imperante, di “toglierci gli occhiali” quando ci si pone al cospetto del proprio inconscio. E soprattutto richiede di accettare che, essendo umani, non saremo mai perfetti: l’unico modo per vivere una vita felice e assumerci in modo adulto le responsabilità dei nostri sbagli, uccidendo noi per primi quei sensi di colpa che, prima o poi, tenteranno di ucciderci.
Il Male si può sconfiggere. Non con il bene. Con la consapevolezza del Male.

STELLE INTERIORI RISVEGLIATE: 11/12 
di Danilo Talarico

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