IL FILM DELLA SETTIMANA:
SULLA MIA PELLE

RI-CONTATTA IL TUO SATURNO INTERIORE
e RISPETTA LE RICHIESTE DELLA TUA AUTORITÀ PERSONALE

SULLA MIA PELLE
di ALESSIO CREMONINI, ITALIA 2018
Con: Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora.
Durata: 99 minuti
Uscita cinema: martedì 12 settembre 2018



La cosa più scioccante del film che racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi è la frase che lo conclude: nel 2009, anno della sua morte, il trentunenne romano è stato solo uno dei 172 morti nelle carceri italiane. E’ così che il regista lancia la sua denuncia sul sistema carcerario italiano e su come sia amministrato nel nostro paese il potere e l’autorità da chi ne viene investito grazie ad una “divisa”.

Nel linguaggio della psico(astro)logica il principio di autorità è da sempre rappresentato dal simbolo di Saturno. Possiamo allora dire che tutto il film di Cremonini giri intorno a questo archetipo e all’incapacità di molti esseri umani di esprimerne i suoi lati luminosi. Uno degli aspetti migliori del film è quello di non essere minimamente manicheo e stereotipato e di essere, al contrario, profondamente junghiano: non esistono i buoni e i cattivi, trappola nella quale sarebbe stato facilissimo cadere. Entrambe le parti in causa, il privato cittadino Stefano Cucchi e le figure d’autorità, rappresentate in questo casa da cinque rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri, esprimono luci e ombre. Questo succede perché il regista non sembra essere interessato a rappresentare una sterile contrapposizione tra il cittadino inerme che non può che subire e le Istituzioni potenti che non possono che schiacciare. Qui non ci sono ruoli e ciò che accomuna le due parti in causa è il fatto che, in fin dei conti, sono esseri umani, con le loro capacità e coi loro limiti.

Con queste basi ci si sarebbe aspettati che la sceneggiatura approfondisse la storia umana delle due controparti. Perché due carabinieri, per di più al momento dell’arresto di Cucchi non in servizio, lo portano in una stanza e “forse” lo massacrano? Il forse è d’obbligo perché il regista non ci fa vedere nulla di tutto ciò e, anche nei processi, solo in appello si è iniziata ad accettare questa versione dei fatti. Considerando, però, che il protagonista assoluto del film è il personaggio di Stefano Cucchi, ciò su cui il regista non esprime una sua visione è: chi è Stefano Cucchi? Da quali esperienze di vita viene? Perché gestisce in un modo così apparentemente assurdo i sette giorni di detenzione? Il regista sembra scegliere una messa in scena alla Gus Van Sant senza averne le capacità e, il taglio documentaristico che il regista americano usa in più di una sua opera in modo efficacissimo (basti pensare a Elephant), in questo film si trasforma in una successione di sequenze ripetitive, monocorde e poco interessanti perché, portando a un finale che tutti già conosciamo, non approfondisce nulla. L’interesse scema entro la fine del primo tempo mentre i momenti di noia aumentano.

Mentre il Leone d’Oro “Roma” di Cuaron, altro film prodotto da Netflix, è un film destinato ad essere apprezzato esclusivamente se visto sul grande schermo, grazie a una regia e una fotografia entusiasmanti e ineccepibili, “Sulla mia pelle” ha risentito appieno, fin dalle fasi creative del canale di fruizione a cui sarebbe stato destinato, e una visione domestica è addirittura preferibile a quella in sala, nella quale le sue mancanze sarebbero ancora più evidenti.

STELLE INTERIORI RISVEGLIATE: 5/12

di Danilo Talarico 

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