IL FILM DELLA SETTIMANA:
MISERERE

RI-CONTATTA IL TUO SATURNO INTERIORE
e SCOPRI CHE SOLO LA RIELABORAZIONE DEL DOLORE PORTA ALL'AUTENTICA FELICITÀ.

IL FILM DELLA SETTIMANA: MISERERE
di BABIS MAKRIDIS, GRECIA 2018
Con: Yannis Drakopoulos, Evi Saoulidou.
Durata: 96 minuti.
Uscita cinema: 24 ottobre 2019.

Babis Makridis alla sua seconda regia firma un’opera che non ha nulla da invidiare ai film più innovativi e sperimentali del collega Yorgos Lanthimos (The Lobster, Il Sacrificio del Cervo Sacro), a cui vieni associata la nouvelle vogue del cinema greco, i cui film si stanno accaparrando importanti premi nei festival più prestigiosi.
Il sottotitolo di questo entusiasmante, surreale e tragicomico film, che riesce, letteralmente, a farti ridere fino alle lacrime, potrebbe essere “anche i ricchi piangono” nella nuova Grecia e… ne sono felicissimi!


Il film rappresenta alla perfezione il viaggio eroico verso la felicità del tipo psicologico Capricorno, che non può che iniziare dell’infelicità, (quasi) l’unica esperienza che i rappresentanti dell’archetipo del Vecchio Saggio vivono nella prima parte della loro vita.
Come tanti saturniani, il nostro protagonista sembra essere stato un “non amato”, a partire dall’infanzia. Questo gli ha impedito di costruirsi un IO auto-centrato capace, una volta diventato adulto, di costruirsi una visione soggettiva della vita, di differenziare i “mi piace” dai “non mi piace”; forse anche per rappresentare questo IO assente, il regista ha deciso di non dare un nome al suo protagonista, facendoci capire con immediatezza che egli non si riconosce, e non è riconosciuto, in quanto non riconoscibile. La sua vita sembra, infatti, una delle tante vite fotocopia di chi, non capace di identificare chi sia e chi debba diventare, prende in prestito, in certi casi purtroppo per tutta l’esistenza, principi e aspirazioni altrui.


In questo caso, è evidente come il nostro protagonista, non scegliendo attivamente che vita vivere, abbia scelto passivamente di vivere la fotocopia sbiadita della vita del padre. Ha un buon lavoro, è avvocato, una bella casa, una moglie e un figlio. Il regista ci aiuta a capire quanto la sua vita sia vuota a partire dall’evento attraverso il quale il protagonista finalmente prova delle emozioni: l’entrata in coma della moglie. Anche se attraverso il dolore e la sofferenza, il nostro “borghese piccolo piccolo” finalmente ricontatta il proprio sentire, probabilmente congelato da sempre. Piangere mette in moto nel suo corpo psico-fisico quei “liquidi” emozionali che fino ad allora, per piacere, eccitazione, godimento probabilmente non aveva mai “prodotto”.


Grazie al dolore, l’avvocato invisibile diventa finalmente visibile: i famigliari, i colleghi, gli amici finalmente lo riconoscono, permettendo così al protagonista di ri-scoprire il suo bisogno di essere amato, amato come un bambino che sa dove andare quando cerca due braccia che lo accolgono per proteggerlo, per farlo sentire al sicuro, per rassicurarlo che “va tutto bene”.
Per molti individui saturniani è così importante, nel decennio dei quarant’anni, iniziare a “tornare” bambini che, quando il destino gliene dà finalmente la possibilità, questo evento scatena una trasformazione psicologica profondissima, dalla quale non si può più tornare indietro.
Il nostro protagonista a livello inconscio lo capisce benissimo; ritornare alla sua non-vita di prima, ora che ha finalmente iniziato a vivere, vorrebbe dire morire. Pur di continuare a vivere, allora, ogni mezzo è lecito: anche (dare) la morte.

STELLE INTERIORI RISVEGLIATE: 10/12 
di Danilo Talarico

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