IL FILM DELLA SETTIMANA:
LA CASA DI JACK

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e PROCUDI IL BENE RICONOSCENDO IL (TUO) MALE

IL FILM DELLA SETTIMANA: LA CASA DI JACK
di LARS VON TRIER, DANIMARCA 2018
Con: Matt Dillon, Bruno Ganz.
Durata: 155 minuti.
Uscita cinema: giovedì 28 febbraio 2019.

“Quando avevo dieci anni ho scoperto che attraverso il negativo vedi la qualità demoniaca insita nella luce. La luce oscura” (Jack)
L’ultimo film di Lars Von Trier non è un film horror disturbante che racconta, aggiornandola, la storia di Jack lo Squartatore. Non lo è perchè “La Casa di Jack” non è un film narrativo. Non racconta nulla, non vuole presentarci un Eroe, buono o cattivo che sia, per descriverci il suo viaggio verso la salvezza o verso la dannazione.

La nuova opera di Lars Von Trier è un saggio filosofico per immagini sulla “banalità del Male”. La banalità del Male di cui ci parla il grande autore danese non è quella dei burocrati nazisti che, da orrendi contabili di morte, organizzano lo sterminio di sei milioni di esseri umani. Non è questo il Male di cui l’autore ci vuole parlare perché sa che l’Uomo, anche il più malvagio degli uomini, così malvagio che anche qualcuno uomo con un solo briciolo di morale non potrebbe fare a me di etichettare così, è, in fin dei conti, “solo” un uomo, un microscopico ingranaggio in un disegno molto più grande di lui progettato dal Grande Architetto.
Ed è di questo Grande Architetto che interessa a Lars Von Trier parlarci: la Madre.
La Madre, una “Grande Architetta” dovremmo dire a questo punto, è colei che progetta il bene assoluto, donando la vita a miliardi di forme di vita, ma è anche colei che ne causa il male assoluto. La più grande causa di morte, distruzione, dolore e sofferenza non è l’umanità, è la Madre dell’umanità, la Madre Terra. E quale atrocità più grande della vita umana può esistere, considerando che, per dirci umani, dobbiamo riconoscerci incarnati e che, riconoscendoci incarnati, dobbiamo anche riconoscere che lo scopo finale della nostra vita è morire?

Chi ci da’ la vita, in realtà, ci sta dando la morte, nascosta nella vita. E non lo fa perché ci ama o non ci ama, a seconda dei casi, lo fa perché senza morte non ci sarebbe vita e non ci può essere vita che non conduca alla morte. “L’ombra insegue e divora la luce e viceversa in un processo simbiotico continuo”, fa dire Von Trier al suo personaggio a questo proposito.
Questa è “Natura” non è “Cultura”. Questa è “necessità”, non è “scelta”. Come afferma il regista olandese Paul Verhoeven (vedi il recente “Elle”) “siamo tutti psicopatici!”.

È questo il punto centrale di “The House that Jack Built”: se il male e la morte sono “natura”, un approccio morale a questi temi non solo è superfluo, ma fa dichiarare indirettamente, a chi lo pratica, la sua “stupidità”. Con un’ironia intelligentissima, e nascosta tra le pieghe della sua “non-narrazione” Von Trier con questa opera “da” degli stupidi ai suoi moralistici detrattori dell’ambiente culturale nel quale forzatamente si trova a operare, avendo scelto di fare film per comunicare la sua visione del mondo. Moralisti sono i critici cinematografici, i giornalisti, i direttori di Festival, gli spettatori “portatori insani di stupidità”, per incompetenza psicologica e per incapacità di liberarsi da millenni di condizionamenti, a dispetto della loro “grande” intelligenza accademica. Moralisti sono tutti coloro che, vittime di una mai risolta sindrome d’onnipotenza, pensano che l’essere umano possa essere espressione del male assoluto, mentre l’Assoluto, nel bene e nel suo contrario, risiede in altre “geografie”, quelle dell’inconscio e dell’Universo.

Il “discorso sul Male” che Von Trier fa attraverso il personaggio di Jack, è un discorso di una profondità psicologica sconvolgente sulla natura della Natura, di Madre Universo, di Madre Terra e quindi… del Figlio Uomo, che da lei nasce per partenogenesi, come ci ricorca il mito cristiano di Madre Maria e del Figlio Gesù.
Il discorso sul Male di Von Trier è un discorso sulla “necessità” del Male, sulla sua ineluttabilità per creare, a sua volta per partenogenesi, il Bene; quello stesso Bene, per la mancanza del quale, i critici più “intelligenti” affermano che i suoi film siano il male assoluto della cinematografia contemporanea.

Se a “The House that Jack Built”, opera filosofica necessaria e eccitante, si possono avanzare rimproveri, l’unico ambito in cui ciò sembra possibile, è quello dell’auto-referenzialità. “La Casa di Jack” è un’opera così tanto auto-biografica da sembrare, in alcuni tratti, masturbatoria e quindi, con il rispetto dovuto a tale pratica, da eseguire al riparo da occhi indiscreti. Forse per questo Lars Von Trier ha fatto di tutto affinché il suo film, che non sarebbe stato tale se non fosse stato “mostrato”, trovasse il minor numero possibile di occhi voyeuristici.
Vedere questo film ci rende quindi, non solo voyeur, ma anche adepti di un club privato, presieduto dal geniale pazzo Lars Von Trier; club il cui unico test d’ammissione è la richiesta di affermare al Mondo con profonda convinzione etica: “A morte i moralismi, (sia) viva la libertà”.

STELLE INTERIORI RISVEGLIATE: 9/12 
di Danilo Talarico

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