Alchimia del cuore
LA MAGIA DELLA SINCRONICITÀ

“Lodare e predicare la luce non serve a nulla, se non c’è nessuno che possa vederla.

Sarebbe invece necessario insegnare all’uomo l’arte di vedere”.

(Carl Gustav Jung)

 

Perché anche un uomo di indubbia profondità psicologica, come C. G. Jung, credeva nelle stelle? E perché è tanto difficile per l’intellettuale medio di oggi, credere che ci possano essere delle relazioni tra un corpo celeste e le sue orbite intorno alla terra e il nostro umore, le nostre giornate, la nostra vita?

È vero, oggi la scienza ci dice che l’astrologia si basa sul sistema tolemaico, secondo cui il Sole e tutti gli altri pianeti girano intorno alla terra. Un sistema certamente superato dal più ampio, e certamente corretto, punto di vista che vede il sole al centro, e ancora non al centro, poiché il centro dell’universo parrebbe essere ancora più lontano.
Eppure, nel prendere la Terra e quindi noi stessi, come punto di riferimento, abbiamo fatto un fatidico errore che ha prodotto una forma di sapere già sostenuta da Pitagora e ripresa da Platone: “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”. Paradossalmente, questo stesso tipo di “errore” si ripete nel 1600 e si manifesta nel piano Cartesiano, secondo cui, filosoficamente parlando, l’origine “O” individua il punto di incontro di due piani: uno verticale e uno orizzontale. Secondo R. Descartes, quel punto è dove siamo noi, quindi il nostro punto di vista. Noi, ovunque siamo, almeno finché siamo in terra, con un corpo verticale che si muove nello spazio, guidato da una coscienza, siamo l’Incrocio di forze verticali che giungono da terra e cielo, e orizzontali che determinano lo spostamento nello spazio e nel tempo. L’origine è il punto di riferimento, il punto di osservazione, e se noi siamo quel punto, allora il fatto che leggiamo le stelle dal nostro punto di vista, prendendo noi come riferimento, non sarà corretto dal punto di vista astronomico, ma serve a noi per conoscere noi stessi.

“Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l’una dall’altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l’intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi.” Queste parole sono proprio di Descartes, in “Il discorso sul Metodo” e gettano le basi del metodo scientifico moderno.

Questo vedere la connessione tra le cose, è appunto il fulcro dell’indagine autentica verso la conoscenza di sé, che porta un senso di pace col mondo. Un concetto che tanto brillantemente ha saputo esprimere e mettere in pratica C. G. Jung quando ha intrapreso lo studio dell’astrologia e de L’I King, l’antico libro oracolare cinese.
Infatti, che si interroghino le stelle attraverso un tema natale o i numeri di un quadro numerologico, o che si lancino le monetine dell’I King, si riscontrano tratti fondamentali che sembrano sempre trovare un accordo, e i messaggi che si possono ricevere sono sorprendentemente simili, quasi ci fosse una segreta intesa tra queste fonti, apparentemente così disparate. Perché?
L’universo, come lo concepiamo noi umani, si colora sempre della nostra umanità e il modo di interpretare le stelle e i loro andamenti o i principi più astratti dei numeri, rispecchia sempre e solo il nostro microcosmo. Guardare fuori, il cielo, l’altro, resta sempre e comunque guardarsi allo specchio. E forse era proprio questo il concetto espresso da Cartesio.

Quando ci si accosta a qualunque disciplina, indipendentemente dal fatto che sia di carattere scientifico, umanistico, tecnico, artistico o filosofico, sarebbe importante ricordare che, sia che si parli di come i Pianeti entrino in congiunzione o delle fasi che attraversiamo sotto l’influsso di un determinato numero, piuttosto delle statistiche finanziarie di un sistema economico o del pianeta e dell’ambiente in pericolo, stiamo sempre parlando di noi stessi. È di noi che parliamo, della nostra origine, il punto dal quale guardiamo.
Così, come conferma anche lo Zen, è verso di noi che stiamo puntando la freccia. Anzi, siamo noi la freccia, l’arciere e il bersaglio al tempo stesso. E, in qualunque momento, non possiamo che andare verso di noi, nulla ci è estraneo davvero perché non possiamo che rifletterci in ciò che viviamo, anche quando sembriamo allontanarci talmente tanto da ciò che siamo, da non vedere più nessuna relazione tra ciò che siamo e ciò che è.
È vero, ad uno stadio meno consapevole e più primitivo del pensiero, abbiamo cercato di usare numeri, stelle e fenomeni naturali per prevedere il futuro, controllare gli eventi, placare la paura dell’ignoto e sfuggire ad un destino poco compreso e per questo temuto, vissuto come estraneo e nemico. Ed è altrettanto vero che, se oggi, ci limitiamo a etichettare certe tradizioni, come “ingenue credenze”, staccandoci completamente dal concetto “relazione” tra tutte le singole menti e i cuori che hanno pensato e sentito in tutte le fasi storiche che regolano la nostra evoluzione umana, e i corpi celesti che hanno ruotato insieme a noi. ricadiamo nella stessa paura e senso di isolamento dal tutto.

Rifiutando di accogliere la nostra “centralità relativa”, e di conseguenza anche quella degli altri, e perseguendo un’ostinata ricerca di “oggettività assoluta” di cui ci illudono i mezzi tecnici, rischiamo di perdere il lungo percorso, compiuto a fatica dai nostri avi, per conoscere chi davvero siamo.
Sarebbe un peccato ricadere in un primitivismo uguale e contrario a quello dei nostri predecessori: la presunzione di considerarsi altro dalle forze che muovono i pianeti, dalle proporzioni e dalle leggi matematiche che organizzano la disposizione delle foglie su un ramo, o che disegna i ghirigori delle nostre impronte digitali, ci porta lo stesso senso di estraneità, di ansia e di paura che avevamo un tempo e ci sentiamo soli.
Ma come diceva ancora Jung “La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dall’incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili”.
Numerologia e astrologia si trovano d’accordo nel considerare il 2019 come un anno di grande cambiamento e movimento, soprattutto per alcuni di noi.

Quando il cambiamento arriva, che ci crediamo o no, lo sentiremo. La cosa interessante è che, essendo noi la misura di tutto, scegliere che il nostro atteggiamento sia in armonia con i cambiamenti che la vita ci propone, dipende solo da una nostra scelta. La resistenza a un cambiamento che arriva e che ha in sé tutta la forza dell’Universo, può provocarci danni, come voler resistere a una casa che sta crollando o a una piena di un fiume.
Che ci crediamo o no, è certamente meglio prepararci a lasciar andare e ricevere tutto quello che la vita ci propone, non per subirla ma per seguirne i flussi, navigandola abilmente.
A volte, cose ritenute inammissibili si rendono manifeste perché un fiume di forze si concentra e permette un cambiamento.
Secondo una visione metafisica, vi sono fiumi sotterranei, apparentemente inesistenti, che si muovono tra il nostro inconscio, gli elementi e i corpi celesti, nel corso di secoli e millenni, legandoci l’un l’altro, come le stelle nelle costellazioni.
È vero. Da sempre tutto cambia ed è facile prevedere un anno di cambiamenti.
In ogni caso, sia che spieghiamo i cambiamenti dal punto di vista scientifico o metafisico, resistere o armonizzarsi alla parte di noi che vuole cambiare con la vita, dipenderà ancora dalla nostra scelta personale.

Essere acqua di fronte a un cambiamento o nel confronto di una relazione, aiuta spesso a comprendere meglio noi stessi e gli altri. Quando accettiamo il punto di vista che quello che percepiamo è soggettivo, ci risulta più facile fluire, perché non dobbiamo più difendere il nostro punto di vista come assoluto ed oggettivo.
La nostra verità è sacrosanta per noi come l’origine di un piano cartesiano lo è per il diagramma intero. Noi abbiamo la responsabilità di essergli fedele, per continuare quel disegno. Eppure, dobbiamo ammettere che l’altro è un altro mondo, un nuovo piano cartesiano, con altre coordinate. Accogliere l’origine dell’altro, il suo punto di vista, senza restare invischiati in irrigidimenti che possono causarci del male e sciupare le relazioni, ci aiuta a trovare una comune verità, più ampia, crescendo in un comune accordo fluido.
Quando il cambiamento arriva, che ci crediamo o no, permettendoci di prendere forme, anche diverse da quello che avevamo prospettato, resteremo fedeli alla nostra origine fondamentale.


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